L'altra metà dei peccati

di

Alfred Çapaliku

(Docente di Letteratura Albanese, Università di Scutari)

 

I due mesi della permanenza a Bologna avevano avuto un altro sistema orario, siccome quella città-pinacoteca, fatta a dimensione umana, né troppo grande né troppo piccola, ti spingeva a fotografarla con gli occhi  in ogni istante. Ormai la conoscevo a memoria e spesso gli extracomunitari mi chiedevano di motel, benzinai, pullman per aeroporto.

L'ultimo sabato, quando ero uscito senza nessun piano preciso, tranne la visita-routine al mercato delle merci scontate, in una viuzza di "Via Zamboni", dove non avevo mai messo piede, fui quasi assordato dalle campane. 

Non ero abituato a questa musica aerea perché nel mio paese nessuna delle chiese appena aperte aveva un campanello che desse l'eco di un organo sotto i tuoni.

Forse per questa ragione non mi ero confesso in Albania: il silenzio interiore aveva avuto bisongo di tuoni esterni. 

Santa Rita da Cascia era una tranquilla chiesa, con un affresco interno, col relitto del santuario, con capitelli e pitture alla parete. Da tutte le parti fiori e candele accese, sotto gli affreschi restaurati c'erano diversi confessionali, da quelli completamente    segreti in cui il sacerdote comunica con il credente mediante le sottili pareti metalliche forate a quelli  completamente   aperti dove il confessore e il credente stanno uno di fronte all'altro, come Dio e l'uomo nel giorno del giudizio.

Scelsi il primo tipo: il secondo  richiedeva qualcosa di solenne,  che non era del mio genere.

- Pentiti di tutti i peccati che hai commesso! - mi ordinò una voce stanca per l'asma.

- Mi perdoni, padre, - dissi - ma la metà dei miei peccati l' ho dimenticata. Sono quasi trent'anni che non mi confesso.

Il prete tirò fuori la testa dal confessionale e mi fissò. Tacqui inginocchiato con le mani sugli occhi. 

- Sei stato in prigione, figliolo? - ruppe dolcemente il silenzio.

Istintivamente le mani mi si aprirono e vidi una luce accecante che non era altro che il colore dei suoi capelli.

- Non io, padre, ma i preti. E' per questo che non ho avuto un confessore - mi giustificai.

Il vecchio prete cominciò a battere le ciglia come per un tick nervoso.

- Albania! - disse alla fine.

Io feci sì con la testa, sorpreso dalla sua battuta. Il padre rientrò dietro la parete mistica. 

- Dì, quello che ricordi, pecora smarrita!

Le ultime due parole le disse in latino...Feci un collage surrealista di peccati, finché lui me li perdonò e mi raccomandò di dire tre Ave Maria. Io ne mormorai piano piano il doppio e una liturgia tutta mia, non inclusa in nessun Testamento.

Quando uscii fuori, le campane dirigevano il traffico.