NNell'autunno del 1999 sono stato a Scutari per la prima volta per tenere un modulo di insegnamento di Letteratura agli studenti del Dipartimento di Italianistica. Durante le lezioni un spazio ampio è stato dedicato alla metrica italiana. Verso la fine del modulo, quando si era approfondita la conoscenza con i ragazzi, mi è piaciuto scrivere una poesia secondo la forma metrica più utilizzata nella lirica d'arte (e non solo in quella) della nostra letteratura: il sonetto. Il contenuto mi è stato suggerito dalla realtà con cui ero venuto a contatto in quel periodo. L'ultimo giorno di lezione, d'accordo con le colleghe albanesi, ho sottoposto il sonetto ai ragazzi, chiedendogli di farne l'analisi metrica. Poi ho domandato chi, secondo loro, poteva esserne l'autore. Hanno ipotizzato un autore albanese, dato il contenuto. Qualcuno ha addirittura azzardato il nome di Migjeni, mettendomi ovviamente un po' in imbarazzo. Poi la realtà rivelata ha ridimensionato il tutto: è stata una chiusura di corso particolare e divertente, e per me anche la prima occasione della vita di firmare qualche autografo sulle copie del sonetto che erano state distribuite ai ragazzi.
 

(Alberto Morino)

Città ferita, duramente offesa,

le tracce nobili del tuo passato,

città piegata, a volte quasi arresa

quasi sepolte son sotto lo strato

 

 

dei tanti torti fatti alla tua storia

di tante sofferenze e tanti affanni

impressi a fuoco nella tua memoria

sotto il dominio altero dei tiranni.

 

Qualche tuo figlio con i sogni spenti

                            senza meta trascina passi lenti,

terra infelice, cui han tolto l’onore.

 

Ma voi che avete occhi giovani e attenti

e mani pronte, e labbra sorridenti,

voi costruirete un futuro migliore.

 

 

((di Alberto Morino)