SCUTARI DI MIGJENI  NARRATA DA  KADARE’

 ( tratto dall’introduzione alle  "OPERE" di Migjeni)

Migjeni tornò in Albania percorrendo la strada automobilistica del nord. Anche se non conosciamo con esattezza il suo itinerario, quella strada sarà stata per lui "delirante". E questo, non a causa dei paesaggi, di qua e di là danteschi, neanche a causa della nostalgia per la sua città nativa, ma appunto per quello che stava succedendo nella sua vita. Era morto in lui la vocazione  al  sacerdozio per lasciare il posto a un’enorme passione: la letteratura.

Lo aspettava Scutari, la città che lui amava così tanto, che la nostalgia della separazione e i giorni tristi del seminario, gliela avevano abbellita ancora di più nella sua memoria. La bella e la peccatrice città di Scutari, con le vie, le porte, i cortili pieni di mistero, con il commercio, i caffè, le prostitute, le campane, i minareti, le processioni, l’erotismo misterioso, con gli incontri dopo cena, la mondanità, i mendicanti, l’intellighenzia, la pazzia.

Questa era la città che lui amava con un "amore tragico", usando una sua espressione. Scutari era il suo paradiso e il suo inferno. "Scutari, l’amante del cielo azzurro… del lago sognatore in cui, nei nitidi mattini lava la sua ombra". Così scriverebbe godendola di lontano. E in seguito: "Qui lontano sento le sue vene che battono, battono, battono…così come il medico s’amareggia quando s’accorge che il suo paziente ha la febbre, anch’io mi deludo in amarezza, vedendo che il polso della mia amante non batte come deve".

E così, lui correva verso questa Scutari limpida e tetra, amata e non, per immergersi in essa definitivamente, dolcemente, tragicamente, nella sua estasi primaverile da una parte, nel suo inferno dall’altra (non  era lui  che aveva scritto "palmo dopo palmo voglio percorrere l’inferno" ?), nella sua maestosità e nella sua caduta.

Davanti a lui apparirà la città che darà l’essenza alle sue opere. Davanti a lui c’è la città, che  verrà analizzata nei minimi dettagli nel suo laboratorio da scrittore. Le campane, brillavano da lontano in uno splendore minaccioso. Benvenuto se sei venuto per bene, altrimenti….

La città aveva più di duemila anni e l’ombra e l’offesa e la rabbia le aveva pesanti. Ma non meno pesanti le ha lo scrittore che sta arrivando.

Il giovane Millosh dovrebbe passare veramente dei giorni felici nella sua Scutari. La decisione di separarsi dal mondo della religione è così estrema, che lui, con tutto il grande amore che ha nel conoscere il mondo, rifiuterà anche gli studi a Oxford, soltanto perché la facoltà proposta era quella di teologia.

Lo studente tornato a casa non veniva da una grande città europea piena di rumore e luci, per portare nella città sperduta la nostalgia per "le luci della città straniera". Anzi, lui veniva da una città balcanica regressiva e per di più da una scuola più che noiosa.

In confronto a quella città, Scutari era un centro grande e pieno di vita. Una delle più antiche città di tutta la penisola, contemporanea all’antica Roma, Scutari con tutte quelle tempeste passate conservava ancora il suo peso e la sua ombra. L’ombra del potere di un tempo dei suoi padroni, della famosa famiglia dei Bushatllinj, spada punitrice, per i sultani di tutta l’Isola Balcanica, addirittura più in là fino in Ungheria e Creta, l’ombra del cattolicesimo, i convegni e le chiese della quale non erano meno potenti, e infine l’ombra dei monti, quella tragica ombra pesante che in migliaia sentieri e vie misteriose scendeva da Malësia e Madhe, dalle Montagne Maledette, da tutto l’Altopiano settentrionale dell’Albania per completare, per sostituire o correggere qualcosa nello statuto spirituale di questa città.

Ma non erano solo queste. Oltre al castello e alle chiese, oltre alle torri, alle campane e ai minareti Scutari aveva una vita culturale, biblioteche, archivi medioevali, uffici di consoli, riviste letterarie che si distribuivano in tutto il paese. Aveva intellettuali, saloni dove si dicevano e si discutevano vari problemi, belle donne da complicate storie d’amore, negozi dove si vendevano libri, dischi e profumi di Parigi, avventurieri, scandali, maniaci di quelli che partorisce la civiltà ecc., ecc.

A una persona qualsiasi, venuta dalla città ortodossa di Monastir, Scutari sembrerebbe l’inizio dell’Europa. Però Migjeni, anche se giovane, aveva un’altra visione del mondo e altri punti di riferimento. La sua città di nascita, quella città che incantava e commoveva decine e decine di poeti e scrittori del tempo, lui la trovò subito regressiva, monotona e piena di malinconia.

Sopra i castelli millenari stanno i corvi malati

Le braccia  hanno fatto loro pendere senza speranza i simboli delle speranze perdute.

In strilli disperati parlano di vite tramontate

Mentre i castelli millenari come scintille brillavano felici.

Questo è il quadro crudele che il giovanotto ventenne fa del  suo tempo.

Altri scrittori e poeti, dopo aver vagheggiato a Roma e a Parigi, tornano a Scutari e il loro occhio non solo non vede  niente di malinconico, anzi, vede solo cose meravigliose, giardini vestiti di shermashek (bosso), allucinazioni di stagioni vergini, montanari coraggiosi che scendono dalle montagne, ragazze come fate, invidiate  anche dalle dee greche, e così di seguito, infinitamente, vigliaccamente, inesorabilmente.

(…)

(traduzione a cura di Eliana LACEJ