Il seguente intervento è   stato preparato per il 33° Convegno internazionale del PEN Club e tenuto a Bled e a Lubiana (Slovenia) dal 3 al 7 maggio 2000.

 

 

Sono Alberto Morino. Lavoro presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Firenze. Il mio intervento prende spunto dall’esperienza che sto conducendo nel quadro di un accordo di collaborazione culturale fra l’Università di Firenze e l’Università di Scutari in Albania.

Scutari viene definita la Firenze dell’Albania per le sue tradizioni di centro culturale del Paese.

Nel novembre e dicembre 1999 sono andato a tenere il primo fra i moduli di insegnamento di Letteratura italiana previsti dall’accordo.

Il Dipartimento di Italianistica di Scutari è una realtà molto giovane, ancora in via di formazione. E’ al suo secondo anno di funzionamento e si sta dotando, con i pochi mezzi a disposizione, degli strumenti di base. Al momento della mia permanenza ancora non era fornito di riscaldamento né di linea telefonica. Quindi ad esempio non esisteva la possibilità di ottenere la connessione con la rete e una casella di posta elettronica. Le attività si svolgevano con estremo disagio. Dovevano concludersi nel primissimo pomeriggio perché le ragazze preferiscono evitare di attraversare la città di notte per motivi di sicurezza. Malgrado questi dati di fondo, c’è stata un partecipazione assidua e un profondo interesse da parte dei colleghi albanesi e degli studenti. Per l’Albania l’Italia rappresenta un punto di riferimento. La conoscenza dell’italiano è diffusa, anche perché sono molto seguiti i programmi televisivi italiani. I ragazzi poi hanno un’ottima conoscenza della lingua che studiano per cinque anni al liceo prima di accedere all’Università.

Sono arrivato a Scutari condizionato da quello che avevo ricavato dai mass-media e dall’esperienza diretta avuta in Italia, nel contatto con alcuni fra i molti cittadini albanesi che si trovano nel nostro Paese. Per la verità spesso, anche se non sempre, essi non sono gli esponenti migliori del loro popolo. Ho avuto il privilegio della verifica diretta. Ho avuto la possibilità di parlare con molte persone e di ascoltare le loro opinioni.

L’Albania è un Paese che sta faticosamente cercando la strada per sollevarsi da una situazione molto difficile. La base produttiva è quasi annientata: ad esempio sono stati tagliati perfino gli alberi da frutta (che adesso viene acquistata da Grecia e Yugoslavia), probabilmente per resistere al freddo un inverno in più. Quasi tutto viene importato. Le strade, specialmente al nord, sono al limite della praticabilità. L’erogazione dell’acqua (pur essendo la città circondata dalle acque) e dell’energia elettrica sono limitate a poche ore al giorno e sembrano affidate al caso. I trasporti pubblici sono quasi inesistenti. Il costo della vita è tale per cui è ad esempio impensabile che un insegnante universitario possa sopravvivere col suo solo stipendio. Non esiste un sistema fiscale che assicuri allo Stato un bilancio certo con una capacità di spesa che vada al di là dell’utilizzo degli aiuti internazionali. La legalità non è del tutto ristabilita e i cittadini non si sentono garantiti nella loro sicurezza.

Il risultato di questa situazione complessiva è che l’atteggiamento delle persone oscilla fra la rassegnazione e il desiderio di abbandonare il Paese.

Questo quadro estremamente problematico nulla toglie alla generosità degli amici albanesi, alla loro dignità, alla loro ospitalità che ho sperimentato in prima persona. E’ questo che ha fatto sì che abbia ricavato un’impressione estremamente positiva della mia permanenza. E’ questo che mi ha fatto decidere di continuare a impegnarmi nel progetto. Tornerò a Scutari nel futuro; darò tutto il mio contributo per aiutare i colleghi e gli studenti che da Scutari verranno a Firenze.

Mi preme dare ora un chiarimento che mi sembra opportuno. Non si è inteso avviare un "intervento umanitario". Piuttosto l’impegno si vuole configurare come una collaborazione di carattere internazionale, destinata a rinnovare una tradizione antica, della quale si sono riconosciuti numerosi segni, durante il nostro soggiorno. A Scutari in particolare la cultura italiana è viva e presente in modo capillare: non solo perché l’italiano è compreso, come ho detto, correntemente e perché numerosi italiani, di solito ben visti e considerati, operano in quella realtà (carabinieri, cooperanti, docenti ecc.). Si tratta, a guardar bene, di qualcosa di più profondo, legato alla città, alla sua storia e perfino alla sua architettura: non è un caso che, di fronte alla moschea, sorga il "caffè degli intellettuali", che risale agli anni Trenta, con la sua nitida linea brunelleschiana, progettato da un architetto locale di formazione fiorentina. Di più, nella realtà albanese è viva l’immagine di una tradizione improntata all’ironia e alla battuta corrosiva, sicché si parla comunemente di "spirito scutarino" che è l’equivalente analogico, per giunta sentito come tale, dello "spirito fiorentino".

A questo elemento di colore si deve aggiungere, tanto per dimostrare che non si è in presenza di una caratteristica superficiale, un interesse specifico e profondo per la letteratura italiana, dimostrato per esempio dalla traduzione in corso di varie opere del nostro Novecento, secondo il programma avviato dall’Istituto Italiano di Tirana. Tanto basta per dire che sono emerse, già in questa prima visita, le tracce di una prossimità che costituisce una prova indubbia di quella cultura mediterranea che coinvolge anche l’altra sponda del Mare Adriatico. Perciò è stato emozionante vedere materializzarsi sotto i miei occhi quella che finora era stata una informazione libresca. Del resto il riconoscimento è facile, tenendo presente il caso straordinario di un architetto piacentino del secondo Ottocento, Pietro Marubi, transfuga della spedizione dei Mille, emigrato in Albania, dove ha impiantato il primo laboratorio fotografico dei Balcani, successivamente arricchito dai suoi lavoranti albanesi, divenuti insieme eredi, avendo assunto perfino il cognome del benefattore, e fotografi di qualità: l’archivio, composto di più di centomila negativi, è presentato attualmente in una mostra in Albania e l’iniziativa dovrebbe essere trasferita in Italia.

Queste note sommarie intendono segnalare le potenzialità di un’esperienza che, grazie alla passione di docenti e studenti albanesi, può divenire motivo di sviluppo culturale e di arricchimento reciproco, perché ha le caratteristiche di un progetto organico, destinato ad armonizzarsi con altre iniziative italiane in corso. Come dire che l’impegno culturale che anima la nostra ricerca ha l’opportunità di uscire per una volta dallo spazio chiuso della biblioteca e degli istituti specializzati per calarsi nella vita reale: ne risulta la sollecitazione a proseguire un programma che apre prospettive insolite, almeno stando all’esperienza di chi ha avuto la fortuna di affacciarsi per primo.

Credo che non sia difficile individuare il nesso fra quello di cui ho parlato fino a ora e i diritti umani.

Fra i principali diritti umani ci sono quelli alla sicurezza dell’esistenza quotidiana, alla dignità individuale e di popolo, all’accesso ai beni di prima necessità, fra i quali la cultura, alla ragionevole speranza di un futuro accettabile per sé e per i propri figli.

Se moltissimi esponenti di un popolo hanno come prospettiva di abbandonare il Paese significa che questi diritti non sono garantiti.

L’Italia ha vissuto per molto tempo il fenomeno dell’emigrazione all’estero, non riuscendo ad assicurare a tutti i propri cittadini condizioni di vita accettabili. Adesso si trova davanti al fenomeno polare: da terra di emigrazione è divenuta terra di immigrazione. E a mio parere si trova del tutto impreparata davanti a questa rivoluzione. Non sono un esperto di politica internazionale. Ma non occorre esserlo per rendersi conto di quanta xenofobia si manifesti ogni giorno da noi. Nello straniero, che prevalentemente viene nel nostro Paese per cercare una vita onesta, disposto a svolgere i lavori che noi italiani non siamo più disposti a svolgere, vediamo una minaccia. La piccola minoranza di stranieri che vive disonestamente viene scelta come emblema di tutti gli altri.

Le nostre frontiere sono formalmente blindate, sostanzialmente non controllabili e non controllate. Un cittadino albanese che voglia legalmente recarsi in Italia deve depositare una somma di denaro elevatissima, e dimostrare di avere tutte le spese già pagate per il soggiorno all’estero. Comunque la concessione del visto è in buona parte affidata all’arbitrarietà. Condizioni proibitive, forse accessibili solo a chi abbia redditi non ottenibili col proprio lavoro. Molto più conveniente, anche se il costo resta elevato, rivolgersi ai trafficanti di uomini che illegalmente trasportano con alto rischio sull’altra sponda del mare. Allora i più determinati si rivolgono ai trafficanti, e in questo modo si alimenta un’attività criminale, che si coniuga al traffico di droga e di armi. Per pagare il trafficante, spesso si tagliano i ponti, magari lasciando il lavoro e vendendo la casa. In questo modo un rientro diventa difficile. E ancora più lo diventa perché c’è la consapevolezza che la carta da giocare è una sola. Un primo fallimento sarà anche l’ultimo, quello definitivo. Chi parte, chi rischia, una volta all’estero spesso scopre che la realtà è molto diversa da quella immaginata. Tornare non si vuole, spesso non si può. Allora si entra a far parte di un serbatoio da cui sarà facile per la malavita attingere manovalanza. Oppure ci si riduce a vivere di elemosina, senza speranza: Basta fare un giro di notte sotto le pensiline delle nostre stazioni per rendersene conto.

Una liberalizzazione, naturalmente controllata, degli accessi alle frontiere, e l’abbattimento dei costi per espatriare, porterebbero un immediato e severo colpo alle attività criminose degli scafisti, che si vedrebbero improvvisamente annullare una lucrosa attività. La repressione potrebbe e dovrebbe essere concentrata sul traffico illegale di armi e droga. Chi raggiungerebbe l’Italia non avrebbe bisogno di tagliarsi dietro i ponti. E saprebbe di avere la possibilità di tornare. Una volta all’estero, se verificasse che la realtà non è pari alle aspettative, potrebbe rimpatriare, e magari tentare la fortuna in un momento più propizio. E informare sulla sua esperienza chi è restato, scoraggiandolo dal tentare un’avventura dagli esiti incerti.

Una politica di questo genere ovviamente dovrebbe coniugarsi con la messa in atto di tutte le misure possibili per incoraggiare lo sviluppo interno, cioè per rendere sempre meno necessaria l’emigrazione. Ma colpendo i criminali, a partire dal traffico di uomini, forse sarebbe anche più possibile il controllo dei flussi finanziari degli aiuti allo sviluppo, controllo che sembra ora in larga parte in mano proprio alle organizzazioni criminali.

Questa è l’opinione non di un politico, ma di un letterato. Il quale è del tutto pessimista sulla possibilità che il suo Paese avvii una politica estera come quella auspicata. Questo non tanto perché pensi che nessun rappresentante del potere legislativo possa condividere il suo pensiero, quanto perché la nostra classe politica è perennemente e prioritariamente impegnata in campagna elettorale. E chi avrebbe mai il coraggio di proporre iniziative, pur condividendone l’opportunità, se temesse che esse portassero a una perdita del consenso elettorale?