Teatro con gli studenti

Il Progetto Teatro Italiano del '900 a cura della DGRC Uff. IIII e del Piccolo Teatro di Milano, è una realtà ormai consolidata di intervento culturale presso le istituzioni universitarie dei paesi dove opera di norma un lettore inviato dal Ministero Affari Esteri della Repubblica Italiana. La presenza di un regista professionista inviato dal Ministero permette infatti di mettere in scena non la solita recita scolastica, ma dà uno spessore professionale, diventa un'occasione di crescita soprattutto per gli studenti coinvolti, e in particolare per quelli che vivono in una condizione di  isolamento  e di mancanza di stimoli e di strumenti culturali.

E' il caso dell'esperienza del dipartimento di italianistica dell'Università di Scutari. L'opportunità  di  realizzare una rappresentazione di testi legati al Teatro Italiano del '900 è stata accettata da me, lettrice di italiano presso il dipartimento stesso nonché sua responsabile,  con una certa titubanza.  Nel settembre 1999 ho quindi proposto all'Ufficio responsabile del Progetto presso il Ministero un programma di lavoro, che è stato approvato.

Teatro del '900 significa a prima vista Pirandello, immenso autore, ma  forse "troppo" denso per una lettura che potesse essere accolta anche dagli studenti e dalla cittadinanza. Perché è bene ricordare che l'iniziativa teatrale non deve e non può essere circoscritta all'utenza solo universitaria  ma deve aprirsi alla comunità in cui l'istituzione universitaria opera. Insomma deve diventare un modo per  proporsi come elemento trainante. 

La città di Scutari risente ancora degli eventi del 1997, eventi violenti che hanno come "tramortito" la città, togliendo ai cittadini il desiderio di recuperare le antiche tradizioni, in cui un teatro cittadino (il Migjeni) non riesce a offrire una vera e propria stagione, ma solo sporadiche rappresentazioni di teatro popolare. Un teatro dove validi attori non riescono a  formare dei successori, ma parti di giovane adolescente vengono tuttora interpretate dalla più famosa attrice della città, ma ahimè ormai quarantenne. La presenza di una criminalità violenta costringe i cittadini ad imporsi una sorta di coprifuoco, per cui ogni iniziativa deve iniziare di pomeriggio e terminare entro le 18/19, perché dopo ognuno deve rinchiudersi in casa. In questa condizione culturale e sociale è evidente che un teatro denso di significati, problematico avrebbe creato distanza, incomprensione, non avrebbe insomma attirato un pubblico più ampio, ma relegato la fruizione dello spettacolo ad un'esperienza solo per iniziati.

Il teatro di matrice realistica avrebbe inoltre imposto agli studenti uno stress cognitivo piuttosto alto, impedendo loro quello che me comunque rappresenta l'esperienza teatrale: il divertimento. Imporre ad un giovane straniero di recitare  per esempio la parte di un uomo anziano in una lingua straniera avrebbe significato per lo studente una fatica tale da vanificare l'effetto positivo che porta con sé l'esperienza stessa.

Memore di altre esperienze teatrali che nel corso della mia carriera ho avuto con studenti, ho  proposto nel mio progetto presentato al Ministero, la lettura drammatizzata di fiabe italiane raccolte da Italo Calvino. La fiaba, infatti, ha una carica simbolica e  un forte valore di confronto. Permette un divertimento mirato ad una riflessione sugli archetipi che sottendono alla varie culture presenti in Europa. La fiabe scelte infatti, "Giovanin senza paura", "La Bella Venezia", "La fiaba dei gatti" ricordano rispettivamente, "Del giovane che partì per  imparare la paura", "Biancaneve", "Cenerentola" della tradizione germanica. Durante le prove sono fra l'altro emerse analogie presenti anche in fiabe balcaniche. 

Una comunanza tale di temi ha alleggerito la tensione che l'approccio alla recitazione porta sempre con se. Già dalle prime sedute di lettura per l'impostazione della voce e dell'intonazione (fase molto importante per una corretta interpretazione) il fatto che i temi risultassero noti agli studenti rendeva meno complessa la fase della comprensione vera e propria, l'attenzione degli studenti si  orientava sulla parola singola, sul suo significato, laddove si trattava di termini arcaici o regionali e nn sulla comprensione di profondi significati. 

Il lavoro si è svolto in tre fasi:

  1. settembre -novembre 1999: scelta delle fiabe, prima seduta di lettura e incontro con la regista assegnataci dal Ministero per il progetto, Simona Gonella, del Piccolo Teatro di Milano. Durante l'incontro con la regista gli studenti hanno preso contatto con il significato di teatro, che non deve limitarsi solo alla parola. Vale la pena di ricordare che si tratta di studenti che forse nella loro vita hanno potuto assistere al massimo ad una rappresentazione teatrale e di impostazione realistico-classico (attori rigidamente sulla scena, che declamano). La regista, d'accordo con la scrivente, responsabile del progetto, ha invitato gli studenti ha impostare il lavoro dei successivi tre mesi sulla base di alcuni compiti:

La docente doveva invece continuare il lavoro di semplice lettura ed interpretazione delle fiabe, senza assegnare parti agli studenti in quanto l'impostazione della regista era chiara fin dall'inizio tutti gli studenti (in questo caso 19!!!) sulla scena e tutti recitanti.

La prima fase del lavoro didattico è stata dedicata all'analisi dell'opera di Italo Calvino, della sua lingua e del significato della sua raccolta di fiabe per la tradizione italiana, nonché alla struttura della fiaba, ricorrendo allo schema classico di Vladimir Propp. Questa fase si è concretizzata nella stesura di un'introduzione che doveva fare da cappello alla rappresentazione. Si tratta di un testo molto semplice, ma efficace, anche perché gli estensori sono studenti del primo e  del secondo corso, non abituati alla scrittura creativa, ma che tuttavia hanno tentato di rendere in rima quanto appreso. 

Se gli studenti hanno trovato la stesura del testo per l'introduzione interessante, non così è stato per la fase della lettura vera propria, che per loro si  è rivelata piuttosto noiosa. Ripetere più volte la stessa frase, non recitare, non capire perché non volessi distribuire parti, rendeva l'operazione alquanto distante se non estranea alle loro aspettative, che fra l'altro erano alte.

Ho dovuto quindi più volte rimotivarli chiarendo loro che il teatro è fatica, ma anche piacere, e quest'ultimo viene sempre alla fine, mai durante il percorso. 

    2.  febbraio-marzo: la regista, Simona Gonella è tornata a Scutari dove è rimasta dieci giorni e durante i quali è stata costruita la messa in scena. La fase ha visto un intervento di 30 ore di prove, in parte nell'Aula Magna del Rettorato e in parte nello spazio che dovevamo usare come teatro, una chiesa sconsacrata, messa a disposizione dalle Madri Stigmatine. 

Questa fase è stata caratterizzata da un processo di crescita molto da parte degli studenti molto evidente. I giovani (5 ragazzi e 14 ragazze) pur preparati linguisticamente presentavanpo carenze di tipo sociale che all'inizio hanno reso problematico il lavoro:

Dall'altra parte gli studenti reagivano con rispetto agli interventi sia miei sia della regista, e lentamente sono cresciuti, hanno acquisito la convinzione che il teatro può essere liberatorio e che non devono aver paura della loro creatività, ma devono imparare ad osare.

    3. La sera della prima: 8 marzo 2000, data scelta non a caso.

Alle ore 18 in scena: inaudito per Scutari! Troppo tardi? Forse, ma la cittadinanza ha risposto: erano in 250 e potevano essere di più. Presenti anche attori del Teatro Migjeni, che hanno salutato la prestazione come vera e propria scuola di teatro.

Nonostante qualche intoppo dovuto all'emozione si può affermare a conclusione della serata che l'esperienza è stata positiva in quanto ha permesso agli studenti  di:

Insomma un'esperienza da ripeter anche se la magia che il momento della fine ha regalato non è più ripetibile. Il giorno 6 aprile offriamo infatti una replica: stesso posto, stessa ora.

E per me docente? Come ho già scritto l'esperienza teatrale non è nuova nella mia vita professionale. Conosco il forte impatto emotivo e cognitivo che il rapporto extra mura dell'istituzione offre. Ma oltre all'aspetto emotivo, vorrei sottolineare che come lettrice di italiano che opera in totale solitudine in questa realtà un po' di frontiera è stata un'esperienza aggregante sia per la città nei confronti del piccolo  Dipartimento di Italiano dell'Università sia nei confronti della piccola comunità di italiani, di quelli che operano soprattutto nel settore del volontariato e dei progetti europei e internazionali. 

Tiziana Littamè, lettrice di italiano e responsabile del Dipartimento